Si possono fare impianti con la piorrea (parodontite)?

In breve. Sì, si possono fare impianti dentali anche con la piorrea, ma non nello stesso momento. La parodontite va prima curata e stabilizzata: inserire impianti in una bocca con infezione attiva espone a un rischio elevato di perimplantite, che è la stessa malattia trasferita sull’impianto. Il percorso corretto prevede terapia parodontale, rivalutazione dopo alcune settimane, poi chirurgia implantare e un programma di mantenimento più frequente del normale.

Sì, ma in due tempi

La piorrea — il nome popolare della parodontite — è un’infezione batterica cronica che distrugge l’osso attorno ai denti. Gli impianti non si ammalano di carie, ma sono vulnerabili a un processo molto simile.

Per questo la risposta è affermativa ma condizionata: si può, dopo aver curato l’infezione. Chi promette impianti immediati in una bocca con parodontite attiva sta saltando il passaggio che determina la durata del lavoro.

La buona notizia è che la terapia parodontale non richiede anni. Nella maggior parte dei casi si parla di alcune settimane, con una rivalutazione a distanza di uno-tre mesi.

Perché la parodontite va curata prima

I batteri responsabili della parodontite non spariscono quando si estrae un dente: restano nelle tasche gengivali, sulla lingua, nella saliva. Se si inseriscono impianti in quell’ambiente, gli stessi batteri colonizzano la superficie implantare.

Il risultato prende il nome di perimplantite: infiammazione dei tessuti e riassorbimento dell’osso attorno all’impianto. È la principale causa di perdita tardiva degli impianti, e le revisioni della letteratura la stimano presente in una quota rilevante dei pazienti portatori di impianti, con percentuali che nelle diverse casistiche si collocano tra il 10% e il 20% circa.

Chi ha una storia di parodontite ha un rischio di perimplantite più alto rispetto a chi non l’ha mai avuta. Non è un motivo per rinunciare agli impianti: è un motivo per curare prima e controllare più spesso dopo.

Il percorso, passo per passo

Ecco come si affronta un caso di parodontite che richiede impianti:

  1. Diagnosi parodontale. Sondaggio di tutte le tasche, radiografie endorali complete, valutazione della mobilità dei denti. È da qui che si capisce cosa è recuperabile.
  2. Terapia causale. Igiene professionale profonda, levigatura radicolare, istruzioni di igiene domiciliare. In alcuni casi si aggiunge una terapia antibiotica mirata.
  3. Rivalutazione dopo 4-8 settimane. Si risonda: le tasche devono essersi ridotte e il sanguinamento essere scomparso. Questo è il vero semaforo verde.
  4. Estrazione dei denti non recuperabili. Si rimuovono quelli con perdita ossea troppo avanzata, spesso contestualmente alla fase chirurgica successiva.
  5. Inserimento degli impianti. Solo ora, in un ambiente stabilizzato.
  6. Mantenimento a vita. Controlli e igiene professionale ogni 3-4 mesi anziché ogni 6, per tutta la durata del lavoro.

Il punto 6 non è un dettaglio commerciale: nei pazienti con storia parodontale, la frequenza dei richiami è uno dei fattori che più incidono sul mantenimento dell’osso attorno agli impianti.

E se i denti sono già mobili?

Quando la parodontite è avanzata e i denti si muovono, la domanda cambia: non più se salvarli, ma quando estrarli.

È una decisione che i pazienti rimandano per anni, spesso per paura di restare senza denti. In realtà aspettare peggiora il quadro: ogni mese di parodontite attiva porta via osso, e quell’osso serve proprio per gli impianti futuri. Chi arriva dopo troppo tempo si trova con meno opzioni e con un percorso più complesso.

Nelle riabilitazioni complete si può estrarre e inserire gli impianti nella stessa seduta, applicando denti fissi provvisori quando la stabilità lo consente. Il paziente non resta mai senza denti: come funziona è descritto in si può rifare tutta la bocca su impianti.

Se la perdita ossea è già importante, restano comunque soluzioni: le trovi in impianti dentali senza osso.

Il fumo raddoppia il problema

Va detto senza giri di parole, perché è il fattore su cui il paziente può intervenire davvero.

Il fumo peggiora la parodontite, maschera il sanguinamento gengivale — quindi ritarda la diagnosi — e aumenta il rischio di perimplantite. In un paziente con storia parodontale che continua a fumare, i due fattori di rischio si sommano.

Ridurre o sospendere il fumo nelle settimane attorno all’intervento e mantenerlo basso dopo è, in termini di risultato, tanto importante quanto la scelta dell’impianto.

Il mantenimento è parte della cura, non un extra

«Il paziente parodontale non è un paziente da rifiutare: è un paziente da seguire meglio», spiega il Dr. Artdur Dema, chirurgo implantologo, Elite Dental (Tirana, Albania). «Curo la parodontite, aspetto che i tessuti rispondano, poi metto gli impianti. E chiarisco fin dall’inizio che quella persona verrà a controllo ogni tre o quattro mesi, non una volta l’anno. È così che il lavoro dura.»

Il programma di mantenimento comprende igiene professionale ravvicinata, sondaggio periimplantare periodico, radiografie di controllo a intervalli definiti e una routine domiciliare con scovolini e idropulsore. Chi lo segue arriva a dieci anni con tessuti sani anche partendo da una parodontite grave.

Domande frequenti

Si possono fare impianti con la piorrea? Sì, ma solo dopo aver curato e stabilizzato la parodontite. Operare con un’infezione attiva espone a un rischio elevato di perimplantite.

Quanto tempo serve prima di poter fare gli impianti? In genere da uno a tre mesi: il tempo della terapia parodontale e della rivalutazione, che verifica la riduzione delle tasche e la scomparsa del sanguinamento.

Gli impianti si ammalano di parodontite? Non di parodontite in senso stretto, ma di perimplantite, un processo analogo che colpisce i tessuti attorno all’impianto e che può portare alla sua perdita se non intercettato.

Chi ha avuto la parodontite ha più rischi con gli impianti? Sì, il rischio di perimplantite è più alto. Si compensa con un programma di mantenimento più frequente, ogni tre-quattro mesi invece che ogni sei.

Meglio estrarre subito i denti mobili o aspettare? Rimandare fa perdere osso, e quell’osso serve per gli impianti. Quando la perdita è già avanzata e il dente non è recuperabile, l’estrazione programmata è la scelta che conserva più opzioni.

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A cura del Dr. Artdur Dema, chirurgo implantologo. Contenuto divulgativo, non sostituisce una visita.

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